Vita da copywriter: la gestione psicologica dei periodi senza lavoro

Lavorare come copywriter freelance ha tanti lati positivi e negativi che, per amore di sintesi, non illustro in questa sede (anche perché in rete sono già disponibili miliardi di contenuti su questo tema, come questo). Quello che è interessante, però, è che per lavorare in maniera totalmente autonoma è necessario gestire al meglio la propria psicologia. Crescere professionalmente, infatti, non è solo una questione di miglioramento delle proprie skill pratiche, ma è anche un processo che punta a conoscere maggiormente sé stessi. Vi racconto la mia esperienza.

Il copywriter misura il tempo in commesse?

Fino a questo preciso momento della mia carriera ho svolto solo ruoli da copywriter freelance, senza legarmi a un soggetto in particolare. Volendo fare gli splendidi si potrebbe affermare che sia una scelta di vita, ma rimanendo su un piano pragmatico possiamo dire che ho fatto così perché questo era l'unico modo per iniziare a lavorare. Essere completamente indipendenti vuol dire che le collaborazioni le devi trovare da te, ed è normale che periodi di lavoro intenso possano essere seguiti da intervalli dove non si fa niente.

Nel momento in cui ci si ritrova in questa alternanza tra lavoro e non lavoro, il tempo inizia a essere misurato in base alla durata delle proprie commesse. Che succede, però, se tra un progetto e l'altro passano molti giorni, se non mesi?

Il mio ciclo psicologico da copywriter freelance

La mia esperienza come copywriter e articolista mi porta a pensare che il processo mentale che attuo nel momento in cui completo tutte le mie commesse, o rimango solo con alcune che non mi portano via molto tempo, è praticamente uguale in tutte le occasioni. Dopo varie riflessioni ho diviso il tutto in quattro fasi ben distinte che, per comodità,  ho illustrato di seguito in un grafico dall'alto valore scientifico.

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  • Fase 1: la mancanza improvvisa di una commessa importante, almeno inizialmente, fa crollare il mio umore in poco tempo. È anche vero che l’improvvisa perdita di lavoro può avere un lato positivo, visto che per un po’ si può godere di qualche giorno di riposo. Non si tratta, però, di una gran consolazione, visto che una vacanza è tale solo se ha un inizio e soprattutto una fine. La totale incertezza sul futuro, inoltre, non può che peggiorare la situazione.
  • Fase 2: una delle cose belle della vita da copywriter freelance è che la natura del proprio lavoro cambia, e se un giorno prima si scrive di pompe di calore quello dopo si deve essere pronti a parlare di giardinaggio. La promessa di un certo cambiamento rispetto alla commessa precedente è la molla che spinge a un piccolissimo aumento di umore, specie nel momento in cui ci si accinge a scandagliare internet o i propri contatti per trovare lavoro.
  • Fase 3: ovviamente le domande inviate non trovano subito risposta, le opportunità al momento disponibili non sono per nulla attraenti e la casella mail rimane vuota. Il morale, alla fine, crolla. In questa fase, almeno secondo la mia esperienza, non si ha letteralmente voglia di fare niente, e la ricerca di un nuovo lavoro diventa una specie di processo di autocommiserazione. Da tutto ciò si esce solo con la perseveranza: continuare a cercare lavoro, ma soprattutto a scrivere, porta a nuove opportunità e, si spera, a un leggero aumento dell’umore.
  • Fase 4: per mia fortuna, dopo questa altalena di stati psicologici è sempre giunto l’arrivo di una nuova commessa come copywriter, articolista o ghostwriter, ma ciò non vuol dire che l’umore sia schizzato subito al massimo. Memore dei giorni passati senza lavoro rimango sempre piuttosto prudente, rifiutandomi di creare aspettative che possano essere disilluse in poco tempo. Con il passare dei giorni, però, l’umore inizia a stabilizzarsi, almeno fino all’inizio di un nuovo ciclo.

Cosa si può imparare da sé stessi nei periodi senza lavoro

A quanto ho capito nella mia esperienza, un copywriter freelance deve mettere in conto che, all’improvviso, ci si possa ritrovare senza lavoro. Allo stesso modo, è anche possibile che si scelga autonomamente di lasciare la propria commessa, anche se in questo caso bisognerebbe avere quantomeno una sorta di piano B, o l’intenzione di star fermi per un po’ di tempo. Ogni volta che rimango senza lavoro capisco che, dopo un primo periodo di qualcosa che somiglia a una specie di entusiasmo, scivolo in una sorta di oblio in cui mi riesce tutto difficile. Allo stesso tempo, però, sono rimasto sorpreso dalla mia resilienza, e dalla volontà di continuare a cercare nuove opportunità nonostante tutto. Può sembrare una cosa scontata ma, evidentemente, non è così. Quindi, nel mio caso, ho scoperto che sì, il colpo subito fa male e mi lascia stordito per un po’, ma dopo trovo sempre la forza di ricominciare.

A questo punto ci sta bene un bel discorso motivazionale di Rocky che, per banale che sia, può tornare utile nei momenti complicati:



E poi, in fondo, questo lavoro avrà anche dei lati positivi, no?